Molti rimangono allibiti, altri dicono …nooo impossibile; eppure e’ vero il giappone ed il Brasile sono legati da decenni ed unitissimi con Brasilia ed i sui quartieri nipponici od Hamamatsu con le comunità¡ di lavoratori operai brasiliani alla Toyota, Kawasaki, etc.Lo scambio lo si ritrova in tantissime cose dal brazilian jiu-jitsu, al samba di Asakusa ed Hanakoganei a Tokyo.Vi copiamo (dal sito musibrasil) un “lungo” e fantastico articolo che lo spiega perfettamente:

 

“Proibita l’entrata in Australia, discriminati negli Stati Uniti, perseguitati in Canada ed ora limitati anche nelle Hawaii e nelle isole del Pacifico, i nostri coloni lavoratori troveranno nello Stato di San Paolo una vera felicità  e un vero paradiso” Sono le parole di un rapporto del 1905 che Fukashi Suguimura, ministro plenipotenziario del Giappone in Brasile, trasmise al proprio Governo. E ci indicano alcune circostanze che all’inizio del Novecento favorirono l’immigrazione giapponese verso il Brasile, un flusso di dimensioni tali da originare la maggior comunità  nipponica all’estero.Questo fenomeno, sin dall’inizio regolamentato da un accordo tra i governi di Tokyo e San Paolo, ha avuto caratteristiche molto peculiari rispetto ad altre ondate migratorie dell’epoca, a cominciare da quella italiana. Il risultato, ai giorni nostri, è quello di una comunità  di un milione e mezzo di persone capace di condizionare ogni aspetto della realtà  brasiliana. Dalla politica all’economia (gli investimenti giapponesi in Brasile sono massicci), dallo sport (si pensi alle arti marziali) alla gastronomia, col sushi e il sashimi ormai divenuti piatti della culinaria nazionale.Tutto ebbe inizio circa un secola fa, quando il Giappone soffriva una delle più gravi crisi demografiche della sua storia, e il Brasile – al contrario – aveva grande bisogno di manodopera per la coltivazione del caffà¨. Era il 1907 quando la Compagnia imperiale di emigrazione e la Secretaria all’Agricoltura dello Stato di San Paolo firmarono una convenzione per l’invio di tremila immigranti , nell’arco di tre anni. Cosà­ l’anno seguente sbarcò nel porto di Santos il Kasato Maru, il primo bastimento – di diecimila tonnellate – che condusse in Brasile emigranti giapponesi: centosessantacinque famiglie dirette verso le piantagioni di caffਠdell’occidente paolistano. E la data di approdo, il 18 giugno 1908, ਠrimasta bene impressa a tutta la comunità  nippobrasiliana, che il prossimo anno celebrerà  il centenario del primo sbarco in grande stile.Sarà  ricordata questa epopea sin dalla partenza dal porto Kobe il 28 aprile, e si ripercorreranno i destini dei settecentottantuno immigrati, tutti previamente contrattati dalle fazenda locali. A questo sbarco ne seguirono molti altri, e secondo l’Ambasciata brasiliana a Tokyo furono oltre 188mila i giapponesi che si trasferirono nel Paese sudamericano tra il 1908 e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Come abbiamo anticipato, furono sbarchi programmati e predeterminati dalle autorità¡ dei due paesi, del resto già¡ alla fine dell’Ottocento la classe dirigente brasiliana giunse a convincersi della necessità¡ di aprire le porte anche all’immigrazione asiatica.Nel 1892, sotto il Governo di Floriano Peixoto, venne approvata una legge in questo senso, e nel 1895 fu firmato il Trattato di amicizia, commercio e navigazione, che sarà¡ la base per le future relazioni tra i due stati, anche in campo migratorio. Ma prima di queste aperture, verso l’emigrazione asiatica – giapponese o cinese che fosse – dominavano una generalizzata sfiducia e un forte pregiudizio. Il Governo e la società dell’epoca preferivano avere a che fare con gli europei, ovviamente a causa della loro maggiore affinità¡ culturale, e le cronache del tempo narrano di numerosi gruppi di cinesi respinti dalle autorità¡.Questo flusso migratorio, che si è arrestato soltanto allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ha raggiunto il proprio apice tra il 1917 ed il 1930. Tanto che già¡ nel decennio successivo quella in Brasile divenne – e lo è tutt’oggi – la più  numerosa comunità¡ giapponese all’estero. In questa fase tre immigrati su quattro raggiungevano le fazenda paoliste, mentre gli altri si ripartivano tra il Paranà, l’Amazzonia (per la raccolta della gomma), e le piantagioni paraensi di peperoncino, che solitamente loro stessi traevano dalla madrepatria. Nella regione di San Paolo non si limitavano alla raccolta del caffè, ma hanno saputo apportare grandi progressi nei metodi di coltivazione del riso, del tè e delle fragole.Tuttavia l’adattamento dei giapponesi alla realtà brasiliana non è stato facile, e hanno incontrato senza dubbio maggiori difficoltà rispetto ai migranti di provenienza europea. Furono in molti a tentare di ritornare in patria, ma vi riuscirono solo in rari casi: sia il Governo che i fazendeiro - col pretesto del contratto di lavoro da onorare – non si fecero scrupoli a trattenerli con la forza. Le cronache dell’epoca riportano cosà­ i contorni di vicende oscure e dolorose, fatte di fughe da un lavoro che oggi sarebbe definito semplicemente “schiavo”», di ribellioni contro i fazendeiro, di scioperi ante litteram.Queste difficoltà¡, come detto, non impedirono che i “viaggi della speranza” fossero sempre più frequenti, promossi e favoriti com’erano dalle stesse autorità¡ nipponiche. Se infatti l’immigrato era spinto alla partenza da povertà¡ e disoccupazione, conseguenze sopra tutto di un forte sovrappopolamento sia urbano che rurale, l’autoritario governo di Tokyo aveva ben altri disegni: in generale l’espansione dell’etnia giapponese nel mondo, e più nello specifico il radicamento della cultura giapponese nell’intero continente americano. E alla classe dirigente imperiale poco importava che il compito fosse affidato ai settori sociali più poveri, essenzialmente i contadini dell’estremo Nord e dell’estremo Sud della nazione.Questo stato di cose ਠmutato radicalmente con lo scoppio del secondo conflitto mondiale: il Governo di Getùlio Vargas dichiarò guerra al Giappone e proibà­ l’immigrazione dal Paese. Il peggio però, per questa comunità¡, doveva ancora venire, dato che nei mesi successivi fu sottoposta ad una vera e propria persecuzione da parte delle autorità¡ locali. (Analoghe misure riguardarono anche italiani e tedeschi, in quanto cittadini delle “potenze dell’Asse”», con cui il Brasile era in guerra. Tuttavia costoro, per via del loro maggiore inserimento nel tessuto sociale, furono in grado di sopportare assai meglio i numerosi provvedimenti discriminatori, ndr).L’uso della lingua ideogrammatica fu proibito nell’intero territorio nazionale, si chiusero scuole (circa duecento), giornali e riviste, e venne punita come reato ogni manifestazione della cultura nipponica. Agli asiatici non fu inoltre risparmiato un assaggio di pulizia etnica, e chi viveva lungo il litorale di San Paolo fu obbligato a trasferirsi nelle zone dell’entroterra: Vargas temeva infatti che l’esercito nipponico potesse attaccare il Paese contando sull’aiuto dei connazionali residenti nelle zone costiere. E tuttavia la comunità¡ non si limitò a subire, e pur impossibilitata a partecipare alla vita politica diede il la a crescenti proteste contro la scelta di campo brasiliana.Se il tragico bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki convinse della sconfitta i giapponesi della madrepatria, non fece altrettanto con quelli che vivevano in Brasile. La colonia infatti si divise tra l’assolutamente minoritaria ala derrotista, che accettava la realtà¡, e quella vitorista, convinta invece della vittoria. Ciò condusse alla nascita dell’organizzazione segreta e criminale Shindo Renmei, che aveva l’obiettivo di negare le “false notizie della sconfitta”», e di uccidere i nippo-brasiliani che a queste notizie credevano. Le morti ufficiali legate a questa anacronistica offensiva furono ventitrà, e solo nel 1947 il Governo del generale Eurico Gaspar Dutra riuscà­ a debellare la minaccia. I rapporti tra i due Paesi si normalizzarono solo nel 1949, quando una delegazione commerciale giapponese visitò il Brasile. Per la ripresa del flusso migratorio occorrerà¡ invece attendere il 1952, anno in cui il piroscafo Shinzo Santos Maru, partendo da Kobe, si diresse verso l’Amazzonia.Successivamente le relazioni istituzionali e commerciali si sono andate sempre più rafforzando, sino a che, nel maggio 2005, il presidente Luis Inàcio Lula da Silva ha realizzato una storica visita ufficiale nel “Paese del sol levante”». Nel quadro di questa evoluzione un’altra data importante èil 26 luglio del 1958, quando fu inaugurato il primo volo di linea della Varig verso il Giappone. Nel 1969 èla volta del primo cittadino di origine nipponica ad assumere un incarico ministeriale, mentre tre anni dopo il Banco do Brasil apre la prima agenzia nella nazione dell’estremo oriente.Come abbiamo accennato, l’integrazione di questi immigrati nella società¡ brasiliana èstata lenta e difficoltosa. In sostanza sia la cosiddetta “prima generazione”» che i loro figli rimasero letteralmente chiusi all’interno della propria comunità¡; e non si trattò di mesi ma di vari decenni. Tanto nelle campagne quanto nelle città¡ si raggrupparono in colonie socialmente impermeabili verso l’esterno, e per ciò stesso capaci di ricreare e tramandare le usanze e le tradizioni del Paese d’origine. Questo stato di cose potè mutare solo con le “terze generazioni”», ossia coi nipoti di coloro che intrapresero l’epica traversata oceanica.Intorno agli anni settanta questi giovani cominciarono a non sentirsi più giapponesi, ed essendo cresciuti immersi nella cultura locale, desideravano essere considerati brasiliani a tutti gli effetti. Rifiutavano l’isolamento all’interno dei quartieri giapponesi (il più noto è il bairro Libertade di San Paolo), e non accettavano più discriminazioni contro le “unioni miste”», quelle ove un coniuge era estraneo alla comunità¡.Infatti una delle più note e celebrate caratteristiche della società¡ brasiliana, la mescolanza razziale o miscegenation, per molti decenni non coinvolse affatto gli immigrati giapponesi. La grande maggioranza di essi non accettava di buon grado le unioni con persone estranee alla comunità¡, e nei rari casi in cui codesta regola non scritta era violata l’inevitabile “sanzione” consisteva in pregiudizi e discriminazioni. Atteggiamenti che invero non colpivano solo il coniuge “ribelle”, ma anche e soprattutto il discendente meticcio della coppia.Brasilia,Tuttavia a frenare le unioni miste non fu solo la riprovazione della comunità¡, forse all’epoca inevitabile a causa delle enormi distanze sotto il profilo culturale. Contribuà­ anche il fine ultimo e spesso inconscio, l’obiettivo a lunghissimo termine, di questa categoria di immigrati. Che aspiravano ad arricchirsi e tornare in patria, non contemplando affatto – salvo rari casi – la possibilità¡ di mettere radici nel nuovo mondo. Si temeva cosà­ che i legami con estranei potessero ostacolare l’agognata prospettiva del ritorno in patria, che per la quasi totalità rimarrà comunque un sogno irrealizzato ed irrealizzabile.Ma come anticipato gli anni settanta segnarono la svolta, e dettero il la alla rapida integrazione della comunità¡ nel corpo sociale brasiliano. (Ed è in questa fase che la lingua degli antenati, conosciuta oggi solo dal 10 per cento dei nippobrasiliani, ha subito il colpo peggiore, sostituita definitivamente dal portoghese nell’uso comune). Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto con altri gruppi, non si ètrattato di un processo di assimilazione totalizzante, e ancora oggi i matrimoni interni alla comunità¡ sono certamente più numerosi rispetto a quanto èdato osservare tra i discendenti italiani, tedeschi o portoghesi. Ai nostri giorni, infatti, solo il trenta per cento dei nippobrasiliani discende da unioni miste, e ciò nonostante codesto flusso migratorio abbia raggiunto il proprio apice oltre ottanta anni fa. Costoro, che si autodefiniscono nikkei, ancora oggi amano distinguersi in base al grado di discendenza rispetto a coloro che emigrarono.Ai vertici dell’immaginaria piramide vi sono quindi gli isseis, ossia i giapponesi di prima generazione, quelli nati in Giappone. Custodi forse unici delle tradizioni degli antenati, rappresentano il 12,51 per cento della comunità. Più già troviamo nisseis e sanseis, rispettivamente figli e nipoti di giapponesi (gli uni rappresentano il 30,85, e gli altri il 41,33 per cento), di cui solo il 42 per cento discende da unioni miste. Il 12,95 per cento èinfine rappresentato dagli yonseis, i bisnipoti di giapponesi, di cui èmeticcio il 61 per cento. Attualmente la comunità¡ vive soprattutto nelle città¡ (solo la decima parte èstanziata nelle campagne), concentrandosi essenzialmente nello Stato di San Paolo. Le altre pur importanti presenze in Parà¡, Paranà¡ ed Amazonas non raggiungono infatti, sommate insieme, il venti per cento della colonia. Questa presenza giapponese ha indirettamente originato due fenomeni, l’uno politico e l’altro sociale, entrambi di grande rilevanza nel Brasile contemporaneo.Negli ultimi trenta anni il rafforzamento delle relazioni nippo-brasiliane èstato sorprendente, ed èstato suggellato dalla visita di Junichiro Koizumi in Brasile nel 2004, e dal viaggio di Lula nel Paese asiatico l’anno dopo. In quest’occasione i due leader hanno dichiarato il 2008 “Ano de Intercàmbio Japào-Brasil“, e programmato l’insediamento del “Consiglio Giappone-Brasile per il ventunesimo secolo”, volto a rafforzare ancor più i rapporti bilaterali. Hanno inoltre stretto una vera e propria alleanza politica, mirata ad esplicare i propri effetti soprattutto all’interno degli organismi internazionali multilaterali. E i risultati di questa strategia si sono già¡ visti nel recente dibattito sulla riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che ha contrapposto Brasile, Giappone, India e Germania all’Italia ed al Messico.La presenza giapponese ha poi dato impulso a un altro fenomeno, in certa misura tragico, e comunque foriero di conseguenze sociali allo stato imprevedibili. E’ il fenomeno dei ”dekassegui”, come in Giappone sono chiamati i migranti, e comunque tutti coloro che si trasferiscono per lavorare e migliorare le proprie modeste condizioni di vita. A oggi nel Paese orientale vivono infatti circa 270mila brasiliani, e quella verdeoro èla terza comunità¡ straniera in Giappone, inferiore solo a quelle di Corea del Sud e Cina. Ma superiore, giova sottolinearlo, a quelle filippina e statunitense. Si tratta inoltre della terza comunità¡ brasiliana all’estero, quasi 10 volte più numerosa di quella insediata in Italia. Questa rotta migratoria in senso contrario è molto recente, essendo iniziata negli anni ottanta, sotto la presidenza di JosèSarney. Fu certamente provocata dalla crisi economica brasiliana, dal boom economico giapponese, e dalla ben nota richiesta di manodopera per quei lavori che i cittadini dei paesi industrializzati non vogliono più fare. L’input decisivo èstato però rappresentato dai forti legami tra le due nazioni, frutto dell’immigrazione nipponica del secolo scorso.Questo flusso, accentuatosi nei decenni a seguire, ha davvero poco in comune con l’antico esodo giapponese: si tratta quasi sempre di scelte di vita individuali, cui sono estranei gli incentivi governativi, gli accordi internazionali o le politiche migratorie più o meno sistematiche. In una fase iniziale gli immigrati brasiliani erano impiegati nella grande industria, ma ben presto andarono ad occupare quei posti di lavoro che i giapponesi rifiutavano. La sociologa Lili Kawamura tratteggia cosà­ la suggestiva immagine delle tre cappa, osservando come le loro occupazioni fossero essenzialmente kitsui, ossia “penose”, kikken - “pericolose” – e kitanai, cioè”sporche”. (Detta immagine ha avuto molto successo tra gli immigrati brasiliani, che hanno subito provveduto ad aggiungere altre due cappa per indicare occupazioni kibishii, ossia “sacrificanti”, e kirai, “sgradevoli”). Negli ultimi anni si registra un lento ma costante miglioramento della loro condizione economica, che secondo i sociologi deriva da due ben definiti fattori. In primo luogo tra di loro èalta la percentuale di nikkei (discendenti di giapponesi), che pur essendo considerati a tutti gli effetti “stranieri in patria”», conservano comunque la naturale tendenza ad integrarsi con la realtà¡ locale. Si tratta di un flusso in cui prevalgono cittadini di classe media urbana, dotati di un buon livello di scolarizzazione, e in Brasile economicamente attivi.Tuttavia per molti brasiliani vivere e lavorare in Giappone continua a non assicurare il successo finanziario. Gli alti stipendi costituiscono ancora una forte attrattiva, ma spesso non sono adeguatamente posti a confronto con l’elevatissimo costo della vita locale. E in molti casi le rimesse sono frutto esclusivamente delle ore di lavoro straordinarie, fortemente diminuite in seguito all’ultima crisi delle economie asiatiche.
(fonte Francesco Giappichini Mubrasil )