
In questo video, un uomo di nome Akinori Ito della Blest Corporation, spiega come il riscaldamento globale e la mancanza di meccanismi efficienti di smaltimento dei rifiuti lo hanno ispirato per creare un metodo per trasformare la plastica in petrolio.In questi giorni è il personaggio di spicco in giappone che sembra aver coinvolto i giapponesi con questa chiave ecologica rivoluzionaria che potrebbe, come dice l’inventore, porre termine a discariche ed inceneritori permettendo ai singoli di smaltire in autonomia la mondezza…rivoluzionariamente ed incredibilmente ecologica.( fonte tokyometro)










Mi sembra una ca**ata!
Davvero il bilancio energetico sarebbe positivo?
Da 1Kg di plastica 1Kg di petrolio? Anche se fosse possibile, e credo di no (visto che la plastica non è fatta solo di petrolio, ma anche altri minori componenti), quanta energia (quindi gas serra) ci vuole per farlo?
Oltretutto la scena a 3:28 mi sembra un fotomontaggio.
Penso che il riciclo sia la cosa migliore, puntare sul risparmio energetico e di materiali, e fonti alternative (non nucleari).
Bella cosa dal punto di vista didattico.
Magari ci sono pure situazioni particolari in cui puo’ essere utile.
Il bilancio energetico della conversione lo dichiara?
Non sara’ che la corrente elettrica che occorre utilizzare per il processo non ti ripaga della quantita’ di combustibile ottenuto e quindi non e’ conveniente (un po’ come l’idrogeno ottenuto per elettrolisi dell’acqua).
Gli oli pesanti da usare come combustibili per autotrazione (uso a rendimento orrendamente basso) producono in ogni caso CO2 (e problemi di particolato fine?) e il discorso sulla footprint lo comparerei al bruciarli in un “inceneritore” (centrali termoelettriche policombustibile) che e’ forse ottimale rispetto al processo descritto, perche’ produce energia elettrica ed acqua calda con rendimenti decisamente piu’ elevati rispetto ad usare l’olio prodotto dalla plastica per l’autotrazione e l’energia elettrica per alimentare lo scatolotto che la converte (dal display si vede che viaggia a 400 gradi nella camera inferiore ai 368 gradi di quella superiore).
Schematizzo:
Elettricita + plastica > Oli pesanti > combustione >Co2 + altro
Plastica > Combustione > Elettricita + acqua calda + Co2 + altro
Sulla reversibilita’ a costo zero dei processi sono sempre scettico, iIl secondo principio della termodinamica non perdona (ahime’) e di “macchinette miracolose” ne ho gia’ viste troppe (e mi viene in mente la fregnaccia del prototipo dell’automobile ad acqua di una pseudo ditta giapponese di qualche anno fa). La soluzione facile purtroppo non c’e’.
Nota a margine:
Gli scarti del processo poi di che natura sono?
Ricordiamoci che parlare di “plastica” in generale e’ molto riduttivo, in quanto negli imballaggi e nei prodotti di uso generale si trovano: nylon, polistirene, polipropilene, PET, PVC (usato nelle tubazioni e pericoloso se combusto a bassa temperatura), polietilene, ABS e altri. Senza contare delle varianti dei polimeri sopra citati con contenuto di fibre di vetro, talco, elastomeri etc… che puo’ arrivare fino al 50%.
Il vantaggio e’ che si tratta di termoplastici, quindi si possono rifondere (spendendo anche qui energia) e miscelare con materiale plastico vergine per ottenere dei blend industrialmente utilizzabili e con buone performance meccaniche. Le temperature per la rifusione del materiale vanno dai 105 gradi del PE-LD (quello dei “sacchetti di plastica del supermetrcato”) ai 255 gradi del PET (comunemente usato nelle bottiglie), decisamente piu’ basse di quelle impiegate nel processo.
@Masterlog
non avevo visto il tuo intervento quando ho cominciato a scrivere il commento!
Gli oli hanno una massa volumica di circa 0.8 e nel video (2.43) si parla di 1 litro ottenuto da 1 kg, quindi 0.8 kg che potrebbero anche starci, il resto dei tuoi dubbi sono anche i miei.
Se consideriamo poi l’impiego di inchiostri o altre sostanze da smaltire, come da me descritto sopra, capiamo bene che il processo non si ferma alla scatoletta ma impiega almeno una stanza intera per poter trattare le acque reflue e gli altri “sottoprodotti”…
Quando ha parlato di stufe a kerosene mi sono ricordato della “bella” esperienza con questo tipo di riscaldamento giapponese… O__O
@mamoru
Perfettamente d’accordo con quello che hai scritto tu, spiegandolo molto meglio di me.
Penso che il riciclo sia la soluzione migliore in assoluto.
Seconda, ma molto lontano, quella di bruciare le plastiche in grandi impianti per alzare il rendimento (tipo come fanno a Brescia o a Trezzano, due dei migliori impianti), ottenendo elettricità e acqua calda, ad alte temperature per bruciare anche i gas tossici e filtrando bene i fumi. Da notare appunto che per mantenere alte le temperature spesso è necessario ricorrere a gas metano, abbassando il rendimento complessivo.
Nel caso di riciclo l’energia per rifondere le plastiche non devi considerarla perchè anche per nuova plastica (prodotta sia in pressofusione, fusione, ecc.) c’è comunque bisogno di calore. Quindi realizzi nello stesso modo, solo che senza partire da petrolio, ma da altra plastica, e le temperature, come hai osservato, sono più basse da quanto si evince dal video.
In definitiva, bella la macchina (se davvero funziona!) ma bisognerebbe promuovere di più il riciclo…. e non solo della plastica!
D’altronde per rendere reversibile un processo di trasformazione (chimica in questo caso) realizzato con immissione di energia (elettrica, calore, ecc.) c’è bisogno di reimmettere almeno la stessa quantità di energia, quindi CO2. Come dici tu, le leggi della termodinamica non ci danno vie d’uscita.
P.S. Le stufe a cherosene spesso sono la base per il riscaldamento in Giappone, le ho trovate ovunque!
Ciao, MasterLog
Il processo di base utilizzato pare essere la TDP (thermal depolymerization) per la produzione di olio non convenzionale (e di “bassa qualita’” – da stufa). La tecnologia perte da studi degli anni 70 per la produzione di olio combustibile artificiale e poi sviluppatisi fino ad applicazioni su “grande scala” in USA una decina di anni fa.
Il processo per funzionare funziona, ma si è dimostrato molto limitato e costoso, soprattutto non risolve la dipendenza da combustibili fossili,è giusto un altro modo di “riciclare” (con tutta una serie di altri problemi collaterali).
Dal sito della Blest pare che servano 2 macchine:
- quella per estrarre l’olio (lo scatolotto)
- quella per distillarlo (quella coi 3 cilindri trasparenti per capirci) in gaolio, kerosene etc.
La piu’ grossa (quella piu’ industriale se vogliamo) riesce a trattare in continuo 10kg/ora con plastica tritata a pezzetti di 10mm al massimo. Una macchina da 2500 kg alta 2.5 metri. I consumi di energia non li ho trovati, ma a occhio serviranno almeno una decina di kw di potenza.
Su quella meno grossa dicono che il running cost e’ 4kW/h (???) che non ho capito cosa vuol dire, la potenza installata e’ di 16kw (200V trifase e 60A) e si usa solo x PP PE e PS (le bottiglie in PET no). Impieghi le “viti di carica” riscaldate che si trovano sulle presse per iniezione della plastica….commento mio: l’ennesimo che cerca di farsi un business nell’”eco”.
Una nota a margine ricollegandomi al mio commento:
http://www.youkosoitalia.net/2008/06/13/g8-il-giappone-presenta-lauto-ad-acqua/
la “fregnaccia” a cui mi riferivo era proprio questa….
Ecco, dopo due anni genepax che fine ha fatto?
Un buco nell’acqua (scusate il gioco di parole).
Sul sito di nhk c’erano altre spiegazioni via intervista in cui parlava di un bassissimo consumo ti tale macchina e con l’obiettivo di collegarla a una fuel cell(tipo modello hitachi da domicilio) .vediamo se in futuro prenderà piede o svanira tipo bolla di sapone..
>> Sul sito di nhk c’erano altre spiegazioni via intervista in cui parlava di un bassissimo consumo ti tale macchina e con l’obiettivo di collegarla a una fuel cell(tipo modello hitachi da domicilio)
Hai un link?
Non ho capito il nesso con una fuel cell.
Lo cerchiamo magari postimao il link, il fuel cell (per interdersi bloom box) alimentato a gas che non è legato alla rete elettrica.