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Appassionato del volo e avventuroso di natura, Arturo Ferrarin era stato pilota di caccia durante la prima guerra mondiale, meritandosi la medaglia d’argento al valor militare. Seppe per caso che si stava preparando un raid da Roma a Tokio, vagheggiato dai poeti Shimoi e D’Annunzio con lo scopo di “diffondere e celebrare il nome d’Italia in quelle lontane regioni e di galvanizzare gli animi e il prestigio dei bravi e numerosi italiani sparsi nell’Oriente” !

In previsione di una partecipazione sostenuta, oltre che dello stesso D’Annunzio, anche di diversi piloti militari, il nostro governo aveva predisposto rifornimenti e assistenza in diverse località, perfino in luoghi in quei tempi inaccessibili come Ubon (Thailandia), allora persa in mezzo alla foresta vergine, presidiandoli con nostro personale.

L’apparecchio dopo l’atterraggio notturno a Delhi ( sono visibili le avarie al carrello )

Ferrarin chiese subito di poter partecipare all’impresa ma non si aspettava che l’autorizzazione gli sarebbe stata concessa con la clausola di partire entro sette giorni. Accettò perché l’alternativa era di dover andare irrimediabilmente in congedo, nonostante non avesse né un apparecchio pronto per un volo tanto impegnativo, né alcuna preparazione specifica. Dovette scartare subito, perché inadatto, un A5 che l’Ansaldo aveva approntato appositamente in vista del raid per D’Annunzio e ripiegò su uno Sva meno recente, che però due giorni prima della partenza subì seri danni in un incidente d’atterraggio. Messo alle strette, Ferrarin, accompagnato dal motorista Gino Capannini, riuscì a decollare da Centocelle ( Roma ) il 14 febbraio 1920 su un apparecchio eguale ma residuato di guerra, rabberciato alla meglio, dotato di motore SPA da 180 cavalli. Le uniche carte le aveva strappate da un atlante Stieler. Il velivolo, un biplano di legno e tela, portava 330 litri di benzina e aveva un’autonomia di otto ore, pari a poco più di 1000 km.

Volando spesso sopra a tribù ribelli o in zone ancora in guerra, fra violenti piovaschi tropicali, atterrando dove poteva, talvolta sugli ippodromi che abbondavano nelle colonie britanniche e perfino in mezzo al deserto, le sue tappe furono: Gioia del Colle, Valona, Salonicco, Adalia, Aleppo, Bagdad, Bassora, Bandar Abbas, Chah Bahar, Karachi, Delhi, Allahabad, Calcutta, Rangoon, Bangkok, Hanoi, Macao, Canton, Foochow, Shanghai, Tzingtao, Pechino, Seoul, Osaka,Tokyo.

Arrivò a Tokio il 30 Maggio 1920.(foto)

Pochi giorni dopo Ferrarin giunse a Tokio anche un altro Sva, pilotato da Masiero, partito contemporaneamente da Roma. Nessun altro partecipante al raid era riuscito a raggiungere il Giappone, fermato da avarie irreparabili o incidenti, fra cui quello mortale occorso a Gordesco e Grassa. Peraltro il volo di Ferrarin fu interrotto varie volte, come a Calcutta per 27 giorni, nell’attesa di un gruppo di partecipanti fra cui Ranza, Mecozzi, Locatelli ed altri valorosi assi di guerra.Durante il suo lungo volo, in parte svoltosi in pattuglia con Masiero, Ferrarin ebbe molte avventure,alcune quasi comiche come l’atterraggio di fortuna in mezzo al deserto del Belucistan (ora Pakistan)dove, grazie alle coccarde tricolori dipinte sulle ali, i nostri furono accolti come bulgari (e quindi ex-alleati degli imperi centrali) dalla regina della tribù, giunta a cavallo completamente nuda, o drammatiche come l’atterraggio notturno a Delhi in una radura perché sul campo d’aviazione nessuno li aspettava e non erano stati accesi i fari per l’atterraggio, o quello d’emergenza, permancanza di benzina, in mezzo ad una piazza di Canton sotto un diluvio tropicale che rischiò di trasformarsi in una tragedia.Innumerevoli le avarie, riparate con fatica dal bravissimo motorista, spesso in condizioni assai difficili, all’aperto, con un caldo soffocante. Arturo Ferrarin è rimasto famoso per un’altra impresa estrema, il volo senza scalo nel 1928 con Carlo Del Prete da Roma al Brasile sul monomotore Savoia Marchetti S64, con cui fu stabilito il record mondiale di distanza senza scalo di 7181 km., oggi normale per qualsiasi aeromobile passeggeri. [fonte Vittorio di Sambuy]

2 Responses to “Il primo memorabile volo ROMA-TOKYO – 30 Maggio 1920”

  1. catia says:

    Un Willy Fog dei cieli, indubbiamente un gran coraggio, davvero un’avventura degna del giro del mondo in 80 giorni , anche se ha solcati ”solo” alcuni paesi.

  2. Marco says:

    Urca, quasi uguale! :-) Io partirò il 5 Maggio e torno il 15! :-)
    Complimenti al nostro trasvolatore!

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